NUOVA APERTURA
ECCO LA FENICE CAFFETTERIA /COCKTAIL/BAR
di Ernesto Zangari
via Roma 133 Spadola (VV)
info : 327 387 4269
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"Spatula Regia Minerva"
SpadolaVicinieLontani è nato! Qui ci ritroveremo con parenti e amici che risiedono nel nostro amato Paesino ma anche con tutti gli emigranti che ci seguiranno da lontano.Discorsi, news, foto e video, trasformiamo questo blog in una piazza virtuale all'insegna dell'amicizia.
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giovedì 28 gennaio 2016
Etichette:
DOVE MANGIARE.,
NEWS.
Ubicazione:
89822 Spadola VV, Italia
lunedì 25 gennaio 2016
Ubicazione:
89822 Serra San Bruno VV, Italia
giovedì 7 maggio 2015
FILM- DOCUMENTARIO SULLA VITA DI SAN BRUNO
(Gennaio 2016)
http://www.ilvizzarro.it/component/k2/5591-saint-bruno-pere-des-chartreux-in-uscita-il-film-documentario-sulla-vita-di-san-bruno.html

SPADOLA NELLE TRADIZIONI
(settembre 2015)
La Strina delle Serre al suono della chitarra etnica battenti, bombata. di Domenicantonio Bruno Tassone Spadola, una comunità di antichissime origini – così come testimoniano gli scrittori di storia patria ed il titolo della sua parrocchia Sancta Maria Super Minervam (Santa Maria Sopra Minerva ) - e dalle antiche tradizioni religiose e socioculturali, nonché dalla linguistica e toponomastica con radici storiche profonde. Il nostro paese - secondo i patrii scrittori del regno di Napoli, come il grande Sacerdote Bruno Maria Tedeschi - esisteva fin dal tempo dei romani ed era situato sulla strada imperiale romana transappenninica Vibona-Scilacio-Annibali, a XXV miglia da Vibona (attuale Vibo Valentia) e a XXX miglia da Scilacio (attuale Squillace). Secondo l’autorevole giudizio del Prof. Baldacci – del Consiglio Nazionale delle Ricerche (C.N.R.) dell’Università La Sapienza di Roma - i motivi per cui i romani costruirono la strada anzidetta, erano diversi, come per esempio: 1) per un migliore sfruttamento delle risorse boschive per la costruzioni delle navi; 2) per un maggiore sfruttamento dei giacimenti di ferro e degli altri minerali come: galena, argento e oro che dai monti di Stilida (Stilo) - attuali giacimenti di Pazzano - e dai monti del medio Ancinale, venivano portati a dorso di mulo (via del ferro) nella zona di Spadola , dove poi veniva raccolto anche il carbone di faggio necessario per raggiungere le alte temperature nei forni di fusione, per la lavorazione dei suddetti minerali, (antichissima Ferriera di Spadola). 3) per facilitare lo sfruttamento dei giacimenti di granito, specie in località Volta del Margio di Spadola e Pietra del Caricatore, attuale Serra San Bruno, con cui furono fatte e scolpite le prime sette colonne del tempio Pantheon di Roma. Partendo dal presupposto socio-economico secondo cui le infrastrutture stradali portano influenze sociali, progresso e sviluppo, è evidente dunque, anche alla luce di quanto abbiamo appena detto, l’effetto esercitato dalla cultura romana sulla civiltà spadolese e delle serre. Tra gli influssi antropologici e religiosi degni di rilievo in questa sede, vi è quello esercitato dal culto della Dea Strenia. Nella antica Roma, la Strenia era la Dea dei doni, dell’abbondanza e del buon augurio il cui culto – grazie alla notevole influenza romana subìta - continua ancora oggi a sopravvivere - sia pur per finalità puramente folkloristiche - nei paesi e nelle città di tradizione classica, greco-latina o romana, di cui Spadola era ed è uno dei più antichi scrigni. Infatti, è proprio dall’adorazione della Dea Strenia che nelle zone ad influenza classica si formò la figura dello Strinaro impersonato da coloro che - in ossequio all’antico culto - esprimevano la loro fede attraverso particolari canti e balli. A Spadola, proprio nel cuore della zona delle Serre Calabre, nacque e visse uno dei più grandi Strinari della alta e media valle dell’Ancinale, Nicola Tassone (1907-1964). Così come nell’antica Roma vi è era Marco Porcio Catone, il cui nomignolo Porcio ne indicava il senso dell’abbondanza, anche a Spadola ogni famiglia possedeva, a quel tempo, un soprannome che richiamava preferibilmente un nome di un animale. Sulla base di questo principio storico dunque, Nicola Tassone veniva detto di “lu Cani” per indicare il totem di famiglia: la stirpe dalla quale discendeva ed il cui soprannome era indice di fedeltà. Nicola Tassone di “lu cani” – le cui origini derivano da una nobilissima famiglia di notai, medici, grandi monaci, chierici, alti prelati e sacerdoti (come don Vitantonio Papa, detto il latinista della Diocesi) - ereditò bene il culto dell’ abbondanza, dell’amicizia, del rispetto e, in modo particolare, l’amore per il ballo della Tarantella paesana, soprattutto per quella eseguita al suono della chitarra etnica, nota dalle nostre parti come chitarra“battenti pi canzuni ad aria”, in ossequio all’antica tradizione spadolese legata alla Dea Strenia. Nicola Tassone di lu Cani fu uno dei migliori interpreti del ballo della Tarantella calabrese accompagnata a suon di chitarra etnica battenti e bombata, a pari merito con i “campioni” della vicina Chiaravalle Centrale. Per sottolineare la sua bravura nel suono, nel canto e nel ballo della cultura popolare, alcuni paesani chiedevano a sua madre ironicamente ma con il dovuto rispetto: «Ma pi casu stu figghjio lu facisti cu cuorchi chiaravajuotu?». Ma Nicola Tassone di lu cani, non era il solo componente della famiglia a coltivare questa passione per il ballo della Tarantella, il canto e la musica etnica. Anche i fratelli Vitantonio, Bruno, Alberto e tutti i suoi nipoti furono ottimi interpreti di continua a pag. 3 Nicola Tassone Pubblichiamo con grande piacere il pregevole lavoro che il Dott. Tassone di Spadola ha voluto offrire ai nostri lettori. Le sue ricerche storico antropologiche scaturiscono da una passione e da una competenza non comune, segno del grande attaccamento alla sua terra ed alle sue genti. 3 questa tradizione popolare. Nei tempi passati, in paese, altri bravissimi ballerini erano: Bruno Squillacioti, detto Bruno di Rubino e Bruno Zaffino di la Ninna (grande suonatore di zampogna; quest’ultimo è uno strumento etnico tipico di Spadola che veniva costruito da secoli con l’antico tornio, con radica di Erica e Otre di capra). Nicola Tassone di lu Cani suonava una chitarra battenti, etnica e – per di più – “bombata” come una grande mandola, la quale era costruita con materiali pregiatissimi e con maestria insuperabile. Tuttavia si trattava di uno strumento musicale – di nobili radici - che non era originario della zona delle serre - dove peraltro si costruivano ottime chitarre battenti comuni, con fondo piatto - ma era costruito dai più grandi liutai della Calabria e, senza presumere, tra i più importanti della penisola italiana la cui famiglia ed i cui antenati vengono citati persino nel dizionario universale della liuteria, pubblicato a Bruxelles nel 1951. Era, infatti, una chitarra della famosa Liuteria della famiglia De Bonis, originaria di Bisignano (Cs) antichissima sede vescovile della Provincia di Cosenza. I liutai della famiglia De Bonis (meglio noti come fratelli De Bonis) costruivano ogni tipo di strumento a corda: dal violino alla mandola e dai mandolini alla chitarra classica ed etnica. Ognuno dei fratelli De Bonis era specialista nella costruzione di un tipo di strumento, pur essendo capace di costruire tutti gli altri strumenti di famiglia. Un particolare, degno di nota, è che la chitarra dello strinaru spadolese Nicola Tassone di lu cani - secondo alcune accreditate testimonianze popolari – montava corde di argento o quanto meno argentate e, certamente, capaci di emettere un suono squillante, puro in frequenza e con un timbro tonale che era proverbiale. A tal proposito sarebbe opportuno riportare un’antica leggenda, che si tramanda tra gli spadolesi, secondo la quale quando lu strinaru suonava la chitarra battenti nel cuore della notte, suscitava una tale emozione spirituale al punto da rappresentare un sorta di pericolo per le donne e per gli animali in stato gestazionale. Alcuni addirittura asserivano che - a causa delle acute frequenze emesse dalle corde argentate - poteva provocare l’aborto. Ed è proprio per queste ragioni – sempre secondo la vox populi – che le corde di argento caddero in disuso! Sulla fondatezza della leggenda non ci esprimiamo, ma che le corde d’argento esistessero veramente è testimoniato dallo stesso Maestro liutaio Nicola De Bonis il quale, un giorno, alla presenza della signora Nicoletta Oscar e dei signori Francesco Cavallaro, Giovanni Borelli, Bruno Tassone e Domenico Caruso, cantò una canzone nella quale veniva menzionata, appunto, la tipologia di queste corde: Catarra mia chi hai cordi d’argientu, ti priegu accumpagna lu mieu cantu mu affacia lu mieu Amuri nu momiemtu e d’uoru pue ti fazzu tuttu quantu. Negli anni ‘70, inoltre, la felice memoria di mio padre, Bruno Tassone, mi disse: «Ti consiglio vivamente di recarti a Bisignano per comprare una chitarra battente come quella di tuo zio Nicola e di mio fratello, di modo che non si perda la tradizione!». Più precisamente mi disse con tono marcato: «…nommu si perdanu li furmi!». Con questa espressione dialettale egli si riferiva alla forma particolare della chitarra etnica battente e bombata, tipicamente calabrese che trae le sue origini dalla forma bombata e curvilinea della Lira dei popoli della antica Magna Grecia, Locri, Crotone e Sibari. Il popolo dell’attuale Calabria (antica Brettia ed antichissima Italia) infatti, si alzava al mattino e intonava un canto al suono della Lira, strumento popolare semplicissimo, molto diffuso in tutte le colonie greche dell’Italia meridionale. Recandomi a Bisignano, vi trovai Vincenzo De Bonis (oggi vivente ed insuperabile liutaio dell’Italia intera) che mi indirizzò da suo fratello Nicola e mi raccomandò con quest’ultimo – più esperto nell’arte - perché mi costruisse il tipo di chitarra desiderato. Fu così che Nicola mi costruì, allora, due chitarre sul modello richiesto: una più ordinaria e per le feste comuni e l’altra di legname particolarmente pregiato perché me la tenessi da conto, essendo, quest’ultima, una chitarra da collezione e per concerti particolari di musica etnica. Alla domanda se questo secondo tipo di chitarra fosse di origine calabrese, lui mi rispose: «Di certo è che nella liuteria della nostra famiglia viene costruita da secoli. Secondo le testimonianze - pervenuteci da generazione in generazione - non può essere escluso che la radice prima di questa chitarra debba rinvenirsi proprio nella forma bombata della lira crotoniate, che nel grande matematico e musicista Pitagora di Crotone - e nella sua scuola Italica - ebbe il suo massimo cultore». Pitagora, nel movimento dei pianeti e degli astri, percepiva l’armonia dell’Universo che cercava di imitare e riprodurre proprio con le corde della lira e della cetra. E’ noto, infatti, dalle testimonianze delle letterature antiche, che il popolo Italico - corrispondente all’attuale popolo calabrese - cantava e ballava al suono della lira. E’ noto altresì che la Tarantella calabrese - ben diversa dalla Quadriglia napoletana e dal Salterello romano - deriva direttamente dal ballo greco in onore del dio Dionisio, dio dell’allegria e della feconcontinua a pag. 4 continua da pag. 2 Chitarra bombata 4 dità mediterranea che aveva la sua massima espressione nelle danze, nei ritmi e nelle musiche delle feste falliche. La nostra Tarantella quindi ha un significato prettamente religioso e purificatore; è una sorta di inno alla vita, alla sacralità dell’amore intesa come dono di Dio per la procreazione del genere umano. Ancora oggi - durante le vigilie delle feste dei Santi protettori dei nostri paesi - si balla la Tarantella al suono della chitarra battente, della zampogna e del piffero. La ragione storica di questa usanza va ricercata dunque nel significato vero sia della Tarantella che della chitarra battente bombata che venivano considerati, dal mondo antico, mezzi sacri per ottenere la fecondità spirituale ovvero la salute dell’anima e del corpo. Sull’importanza spirituale della chitarra battenti bombata per la cultura popolare del tempo, c’è ancora da aggiungere che a Spadola, mentre “li pecurari” utilizzavano quale strumento tipico la zampogna ed il piffero di radica di erica, i “vuoari”, noti anche come “massari” proprietari terrieri, possedevano la chitarra etnica battente. Tutto ciò non è un caso: secondo l’antica mitologia infatti, il toro – e quindi anche il bue e la vacca che venivano amorevolmente e religiosamente allevati dai “vuoari” - è simbolo della fertilità mediterranea nonché simbolo etnico della nostra stirpe italica. Persino la mucca che sta accanto a San Luca Evangelista è nota come espressione della fertilità spirituale. Non ci può essere fertilità senza gestazione materiale e spirituale, così come un tempo non ci poteva essere “vuoaru” senza “vuoi” e senza chitarra “battenti bombata”. Tra la donna incinta (e/o l’animale in stato gestazionale) e la chitarra bombata vi è infatti una sorta di relazione metaforica: l’aumento di volume del seno della donna nel periodo gestazionale e la forma rotondeggiante del ventre materno si traducono, nel folklore, proprio nella forma bombata della chitarra etnica, tipicamente impiegata o utilizzata nei canti e nei balli propizianti della gente desiderosa della fertilità spirituale e materiale, ed in particolar modo dai “vuoari” come auspicio per il futuro gestazionale e la salute degli animali da loro allevati, ritenuti un vero e proprio capitale economico, da cui dipendeva la sorte personale e della propria famiglia. L’assioma “vuoi - vuoaru – chitarra battenti bombata”, quindi, non è una pura casualità ma presenta valenze e fondamenta religiose, spirituali, filosofiche e folkloristiche ben precise. Tra i paesi legati all’antichissima tradizione del ballo della Tarantella a suon di chitarra battenti ricordiamo: la festa di San Cosimo e Damiano a Riace, quella di San Paolo di Galatina in Puglia, quella di San Rocco a Gioiosa Ionica e di Grotteria e – nelle nostre zone - anche Serra San Bruno nel corso della vigilia della festa della Madonna dell’Assunta e in quella di San Bruno nella festa di Pentecoste, nonchè a Spadola in occasione dei festeggiamenti del Santo Patrono San Nicola di Bari. Qui, in particolare, vi era il costume di ballare la tarantella innanzi alla statua del Patrono degli spadolesi e di portare in processione anche una mucca, da cui deriva dunque il tradizionale ballu di la vaccarejia di paglia, tutt’ora eseguito in occasione della festa. Ottime interpreti di questa tradizione erano le sorelle Catrina, Zarafina e Rosa Valente, note come “li baruni”. Nell’occasione veniva intonati alcuni canti di grande valenza storico-religiosa locale di cui riportiamo, qui di seguito, alcuni frammenti: Vespri sonandu ed Angeli cantandu, Madonna mia, di l’Assunta, cu vui m’arraccumandu; jiu non mi muovu di ‘ccà si la grazia non mi fà; facitimila Madonna mia, facitimila pì carità, ca Vui siti Virgini Spusa di la Santissima Trinità. Alla luce di tutto ciò, si comprende bene quindi perché Nicola Tassone di lu cani, certamente indirizzato dallo zio – l’arciprete di Spadola, don Vitantonio Papa - si recò proprio a Bisignano, nella prestigiosa liuteria De Bonis, per acquistare una chitarra battente bombata considerata - assieme alla Tarantella - “sacra” e la cui particolare forma richiama alla mente, per le ragioni sopra esposte, lo stato gestazionale della donna, simboleggiante la fertilità spirituale e fisica. Tutto ciò giustifica l’esistenza di due tipi di chitarra battente: la bombata e la piana, la sacra e la profana. E’ chiaro dunque anche il perché il De Bonis mi costruì due chitarre, con materiali e fatture diversi - una pregiata in noce per i rituali sacri o importanti (cd. chitarra catartica), l’altra, invece, in abete per le occasioni comuni e per gli stornelli profani – di cui ignoravo la differenza tant’è che all’inizio gli chiesi, ingenuamente, una sola chitarra. Nicola Tassone di lu cani invece, da buon seguace e conoscitore della vera tradizione spadolese greco-romana, acquistò solo la chitarra battente bombata, quella sacra, costruita secondo la maestria De Bonis. E cosi Nicola Tassone di lu cani - lu strinaru di Spadola per antonomasia - ogni anno, nella notte di Capodanno, con la sua chitarra etnica battenti bombata, dalle corde d’argento o argentate, accompagnato dagli amici più fedeli, portava la sua “strina” – cioè i balli e canti - per le vie dei paesi circonvicini e in particolare ai suoi amici di Brognaturo che lo aspettavano sul ponte di legno, posto sopra il fiume Ancinale che, da secoli, segna il confine territoriale tra le due comunità. continua da pag. 3 Il liutaio Vincenzo De Bonis continua a pag. 5 5 Anche questa usanza trova le sue origini nella cultura latina. Il termine Gennaio infatti deriva una radice antichissima, “Gi”, che esprime l’idea di inizio assoluto. A Roma, per esempio, il Dio Giano era il Dio di ogni inizio, mentre Giove era il padre di tutti gli altri dei. Ragion per cui, l’inizio dell’anno - primo gennaio - coincideva proprio con la festa del Dio Giano e della Dea Strenna, dea dell’abbondanza e del buon augurio. Non è un caso se a Spadola, ancora oggi, vi è l’usanza di fare nel giorno di Capodanno la distrina ai bambini, i quali con questo gesto ricevono dei soldi in un vurzju, in segno di augurio per un futuro prosperoso e di ricchezza. Secondo testimonianze dai noi registrate, le serenate degli strinari cominciavano dalla casa del signor Garcea Giuseppe detto Peppinu di Cucciuni – anch’egli “vuoaru” - e terminava, alla casa di Raffaele di Totò, quando suonava la campana che annunciava la processione del bambinello Gesù per le vie del paese, quasi a voler significare che la fertilità materiale si elevava a fertilità spirituale. Un ultimo aneddoto: man mano che la comitiva dello Strinaru girava per le vie del paese, la stessa aumentava sempre di più in quanto ad essa si univa, di volta in volta, anche il proprietario dell’abitazione che aveva appena ricevuto la strina, il sacco dei doni invece – frutto della distrina – diventava sempre più pesante, mentre il tutto veniva accompagnato da un canto intonato da “la Tazzonna”, un’anziana fedele di Brognaturo, che recitava: Alla chiesi di l’Annunziata, bella cosa chi ci stà; c’esta l’Angilu, ‘ndinocchunu, chi saluta la Virginità e dall’Ariu fu mandatu dalla Santissima Trinità. La Strina di Capudannu (Canto tipico spadolese in occasione del Capodanno) Finiu dicembri e mo trasiu jnnaru; lu iuarnu e curtu e viatu si fa scuru; E vena mu vi canta lu strinaru a Spatula, Zimbariu e Brignaturu. E vena rughi rughi e ‘ntra la via pi ‘llu bon’annu e la befania. Vinni a cantari a palazzu reali, di la Spagna portai li sonaturi; Porti e finiestri vitti alluminari e mi para ca caffora ‘nc’è lu suli. C’è la regina e c’è lu generali, paranu la Madonna e lu Signuri; Nci sta lu Patri etiernu naturali e di l’amici ‘nc’è lu mieggiu fiuri. Vinni pimmu vi puartu tantu beni quantu ndi vacia a Napoli e ‘ndi veni; Pi agurari a vui tanti bon’anni quantu a li sipali ‘ndàmpranu li panni. Salutu porti, finestra e li barcuni, alla matrona e allu sue patruni. * * * Canto tipico di Monte Poro Fatti li cazzi tua crapa di crita e di li fatti mie non ti impicciari ca si m’asssuma la faccia ti pistu e la crianza ti fazzu ‘mparari. Cuamu nu lepru mi farìa nu jazzu mu tiegnu l’occhia apierti e mu mi ‘mbizzu La genti cuomu a ttia lampàsciu a mazzu E pue li ‘mpurnu e vaiu mu l’attizzu. Apru la porta senza catinazzu ca si non ai crianza jio ti la ‘mbizzu. Ringrazio per la collaborazione il dott. Enzo Giuliano ed il maestro Francesco Cavallaro continua da pag. 5 E’ in corso di stampa la raccolta rilegata di tutti i numeri de La Barcunata pubblicati nei primi dieci anni di vita del Periodico (1995-2005). Gli interessati possono prenotarla presso l’edicola di Concettina Ceravolo, l’ex Salone 900 o la redazione.
(Gennaio 2016)
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SPADOLA NELLE TRADIZIONI
(settembre 2015)
La Strina delle Serre al suono della chitarra etnica battenti, bombata. di Domenicantonio Bruno Tassone Spadola, una comunità di antichissime origini – così come testimoniano gli scrittori di storia patria ed il titolo della sua parrocchia Sancta Maria Super Minervam (Santa Maria Sopra Minerva ) - e dalle antiche tradizioni religiose e socioculturali, nonché dalla linguistica e toponomastica con radici storiche profonde. Il nostro paese - secondo i patrii scrittori del regno di Napoli, come il grande Sacerdote Bruno Maria Tedeschi - esisteva fin dal tempo dei romani ed era situato sulla strada imperiale romana transappenninica Vibona-Scilacio-Annibali, a XXV miglia da Vibona (attuale Vibo Valentia) e a XXX miglia da Scilacio (attuale Squillace). Secondo l’autorevole giudizio del Prof. Baldacci – del Consiglio Nazionale delle Ricerche (C.N.R.) dell’Università La Sapienza di Roma - i motivi per cui i romani costruirono la strada anzidetta, erano diversi, come per esempio: 1) per un migliore sfruttamento delle risorse boschive per la costruzioni delle navi; 2) per un maggiore sfruttamento dei giacimenti di ferro e degli altri minerali come: galena, argento e oro che dai monti di Stilida (Stilo) - attuali giacimenti di Pazzano - e dai monti del medio Ancinale, venivano portati a dorso di mulo (via del ferro) nella zona di Spadola , dove poi veniva raccolto anche il carbone di faggio necessario per raggiungere le alte temperature nei forni di fusione, per la lavorazione dei suddetti minerali, (antichissima Ferriera di Spadola). 3) per facilitare lo sfruttamento dei giacimenti di granito, specie in località Volta del Margio di Spadola e Pietra del Caricatore, attuale Serra San Bruno, con cui furono fatte e scolpite le prime sette colonne del tempio Pantheon di Roma. Partendo dal presupposto socio-economico secondo cui le infrastrutture stradali portano influenze sociali, progresso e sviluppo, è evidente dunque, anche alla luce di quanto abbiamo appena detto, l’effetto esercitato dalla cultura romana sulla civiltà spadolese e delle serre. Tra gli influssi antropologici e religiosi degni di rilievo in questa sede, vi è quello esercitato dal culto della Dea Strenia. Nella antica Roma, la Strenia era la Dea dei doni, dell’abbondanza e del buon augurio il cui culto – grazie alla notevole influenza romana subìta - continua ancora oggi a sopravvivere - sia pur per finalità puramente folkloristiche - nei paesi e nelle città di tradizione classica, greco-latina o romana, di cui Spadola era ed è uno dei più antichi scrigni. Infatti, è proprio dall’adorazione della Dea Strenia che nelle zone ad influenza classica si formò la figura dello Strinaro impersonato da coloro che - in ossequio all’antico culto - esprimevano la loro fede attraverso particolari canti e balli. A Spadola, proprio nel cuore della zona delle Serre Calabre, nacque e visse uno dei più grandi Strinari della alta e media valle dell’Ancinale, Nicola Tassone (1907-1964). Così come nell’antica Roma vi è era Marco Porcio Catone, il cui nomignolo Porcio ne indicava il senso dell’abbondanza, anche a Spadola ogni famiglia possedeva, a quel tempo, un soprannome che richiamava preferibilmente un nome di un animale. Sulla base di questo principio storico dunque, Nicola Tassone veniva detto di “lu Cani” per indicare il totem di famiglia: la stirpe dalla quale discendeva ed il cui soprannome era indice di fedeltà. Nicola Tassone di “lu cani” – le cui origini derivano da una nobilissima famiglia di notai, medici, grandi monaci, chierici, alti prelati e sacerdoti (come don Vitantonio Papa, detto il latinista della Diocesi) - ereditò bene il culto dell’ abbondanza, dell’amicizia, del rispetto e, in modo particolare, l’amore per il ballo della Tarantella paesana, soprattutto per quella eseguita al suono della chitarra etnica, nota dalle nostre parti come chitarra“battenti pi canzuni ad aria”, in ossequio all’antica tradizione spadolese legata alla Dea Strenia. Nicola Tassone di lu Cani fu uno dei migliori interpreti del ballo della Tarantella calabrese accompagnata a suon di chitarra etnica battenti e bombata, a pari merito con i “campioni” della vicina Chiaravalle Centrale. Per sottolineare la sua bravura nel suono, nel canto e nel ballo della cultura popolare, alcuni paesani chiedevano a sua madre ironicamente ma con il dovuto rispetto: «Ma pi casu stu figghjio lu facisti cu cuorchi chiaravajuotu?». Ma Nicola Tassone di lu cani, non era il solo componente della famiglia a coltivare questa passione per il ballo della Tarantella, il canto e la musica etnica. Anche i fratelli Vitantonio, Bruno, Alberto e tutti i suoi nipoti furono ottimi interpreti di continua a pag. 3 Nicola Tassone Pubblichiamo con grande piacere il pregevole lavoro che il Dott. Tassone di Spadola ha voluto offrire ai nostri lettori. Le sue ricerche storico antropologiche scaturiscono da una passione e da una competenza non comune, segno del grande attaccamento alla sua terra ed alle sue genti. 3 questa tradizione popolare. Nei tempi passati, in paese, altri bravissimi ballerini erano: Bruno Squillacioti, detto Bruno di Rubino e Bruno Zaffino di la Ninna (grande suonatore di zampogna; quest’ultimo è uno strumento etnico tipico di Spadola che veniva costruito da secoli con l’antico tornio, con radica di Erica e Otre di capra). Nicola Tassone di lu Cani suonava una chitarra battenti, etnica e – per di più – “bombata” come una grande mandola, la quale era costruita con materiali pregiatissimi e con maestria insuperabile. Tuttavia si trattava di uno strumento musicale – di nobili radici - che non era originario della zona delle serre - dove peraltro si costruivano ottime chitarre battenti comuni, con fondo piatto - ma era costruito dai più grandi liutai della Calabria e, senza presumere, tra i più importanti della penisola italiana la cui famiglia ed i cui antenati vengono citati persino nel dizionario universale della liuteria, pubblicato a Bruxelles nel 1951. Era, infatti, una chitarra della famosa Liuteria della famiglia De Bonis, originaria di Bisignano (Cs) antichissima sede vescovile della Provincia di Cosenza. I liutai della famiglia De Bonis (meglio noti come fratelli De Bonis) costruivano ogni tipo di strumento a corda: dal violino alla mandola e dai mandolini alla chitarra classica ed etnica. Ognuno dei fratelli De Bonis era specialista nella costruzione di un tipo di strumento, pur essendo capace di costruire tutti gli altri strumenti di famiglia. Un particolare, degno di nota, è che la chitarra dello strinaru spadolese Nicola Tassone di lu cani - secondo alcune accreditate testimonianze popolari – montava corde di argento o quanto meno argentate e, certamente, capaci di emettere un suono squillante, puro in frequenza e con un timbro tonale che era proverbiale. A tal proposito sarebbe opportuno riportare un’antica leggenda, che si tramanda tra gli spadolesi, secondo la quale quando lu strinaru suonava la chitarra battenti nel cuore della notte, suscitava una tale emozione spirituale al punto da rappresentare un sorta di pericolo per le donne e per gli animali in stato gestazionale. Alcuni addirittura asserivano che - a causa delle acute frequenze emesse dalle corde argentate - poteva provocare l’aborto. Ed è proprio per queste ragioni – sempre secondo la vox populi – che le corde di argento caddero in disuso! Sulla fondatezza della leggenda non ci esprimiamo, ma che le corde d’argento esistessero veramente è testimoniato dallo stesso Maestro liutaio Nicola De Bonis il quale, un giorno, alla presenza della signora Nicoletta Oscar e dei signori Francesco Cavallaro, Giovanni Borelli, Bruno Tassone e Domenico Caruso, cantò una canzone nella quale veniva menzionata, appunto, la tipologia di queste corde: Catarra mia chi hai cordi d’argientu, ti priegu accumpagna lu mieu cantu mu affacia lu mieu Amuri nu momiemtu e d’uoru pue ti fazzu tuttu quantu. Negli anni ‘70, inoltre, la felice memoria di mio padre, Bruno Tassone, mi disse: «Ti consiglio vivamente di recarti a Bisignano per comprare una chitarra battente come quella di tuo zio Nicola e di mio fratello, di modo che non si perda la tradizione!». Più precisamente mi disse con tono marcato: «…nommu si perdanu li furmi!». Con questa espressione dialettale egli si riferiva alla forma particolare della chitarra etnica battente e bombata, tipicamente calabrese che trae le sue origini dalla forma bombata e curvilinea della Lira dei popoli della antica Magna Grecia, Locri, Crotone e Sibari. Il popolo dell’attuale Calabria (antica Brettia ed antichissima Italia) infatti, si alzava al mattino e intonava un canto al suono della Lira, strumento popolare semplicissimo, molto diffuso in tutte le colonie greche dell’Italia meridionale. Recandomi a Bisignano, vi trovai Vincenzo De Bonis (oggi vivente ed insuperabile liutaio dell’Italia intera) che mi indirizzò da suo fratello Nicola e mi raccomandò con quest’ultimo – più esperto nell’arte - perché mi costruisse il tipo di chitarra desiderato. Fu così che Nicola mi costruì, allora, due chitarre sul modello richiesto: una più ordinaria e per le feste comuni e l’altra di legname particolarmente pregiato perché me la tenessi da conto, essendo, quest’ultima, una chitarra da collezione e per concerti particolari di musica etnica. Alla domanda se questo secondo tipo di chitarra fosse di origine calabrese, lui mi rispose: «Di certo è che nella liuteria della nostra famiglia viene costruita da secoli. Secondo le testimonianze - pervenuteci da generazione in generazione - non può essere escluso che la radice prima di questa chitarra debba rinvenirsi proprio nella forma bombata della lira crotoniate, che nel grande matematico e musicista Pitagora di Crotone - e nella sua scuola Italica - ebbe il suo massimo cultore». Pitagora, nel movimento dei pianeti e degli astri, percepiva l’armonia dell’Universo che cercava di imitare e riprodurre proprio con le corde della lira e della cetra. E’ noto, infatti, dalle testimonianze delle letterature antiche, che il popolo Italico - corrispondente all’attuale popolo calabrese - cantava e ballava al suono della lira. E’ noto altresì che la Tarantella calabrese - ben diversa dalla Quadriglia napoletana e dal Salterello romano - deriva direttamente dal ballo greco in onore del dio Dionisio, dio dell’allegria e della feconcontinua a pag. 4 continua da pag. 2 Chitarra bombata 4 dità mediterranea che aveva la sua massima espressione nelle danze, nei ritmi e nelle musiche delle feste falliche. La nostra Tarantella quindi ha un significato prettamente religioso e purificatore; è una sorta di inno alla vita, alla sacralità dell’amore intesa come dono di Dio per la procreazione del genere umano. Ancora oggi - durante le vigilie delle feste dei Santi protettori dei nostri paesi - si balla la Tarantella al suono della chitarra battente, della zampogna e del piffero. La ragione storica di questa usanza va ricercata dunque nel significato vero sia della Tarantella che della chitarra battente bombata che venivano considerati, dal mondo antico, mezzi sacri per ottenere la fecondità spirituale ovvero la salute dell’anima e del corpo. Sull’importanza spirituale della chitarra battenti bombata per la cultura popolare del tempo, c’è ancora da aggiungere che a Spadola, mentre “li pecurari” utilizzavano quale strumento tipico la zampogna ed il piffero di radica di erica, i “vuoari”, noti anche come “massari” proprietari terrieri, possedevano la chitarra etnica battente. Tutto ciò non è un caso: secondo l’antica mitologia infatti, il toro – e quindi anche il bue e la vacca che venivano amorevolmente e religiosamente allevati dai “vuoari” - è simbolo della fertilità mediterranea nonché simbolo etnico della nostra stirpe italica. Persino la mucca che sta accanto a San Luca Evangelista è nota come espressione della fertilità spirituale. Non ci può essere fertilità senza gestazione materiale e spirituale, così come un tempo non ci poteva essere “vuoaru” senza “vuoi” e senza chitarra “battenti bombata”. Tra la donna incinta (e/o l’animale in stato gestazionale) e la chitarra bombata vi è infatti una sorta di relazione metaforica: l’aumento di volume del seno della donna nel periodo gestazionale e la forma rotondeggiante del ventre materno si traducono, nel folklore, proprio nella forma bombata della chitarra etnica, tipicamente impiegata o utilizzata nei canti e nei balli propizianti della gente desiderosa della fertilità spirituale e materiale, ed in particolar modo dai “vuoari” come auspicio per il futuro gestazionale e la salute degli animali da loro allevati, ritenuti un vero e proprio capitale economico, da cui dipendeva la sorte personale e della propria famiglia. L’assioma “vuoi - vuoaru – chitarra battenti bombata”, quindi, non è una pura casualità ma presenta valenze e fondamenta religiose, spirituali, filosofiche e folkloristiche ben precise. Tra i paesi legati all’antichissima tradizione del ballo della Tarantella a suon di chitarra battenti ricordiamo: la festa di San Cosimo e Damiano a Riace, quella di San Paolo di Galatina in Puglia, quella di San Rocco a Gioiosa Ionica e di Grotteria e – nelle nostre zone - anche Serra San Bruno nel corso della vigilia della festa della Madonna dell’Assunta e in quella di San Bruno nella festa di Pentecoste, nonchè a Spadola in occasione dei festeggiamenti del Santo Patrono San Nicola di Bari. Qui, in particolare, vi era il costume di ballare la tarantella innanzi alla statua del Patrono degli spadolesi e di portare in processione anche una mucca, da cui deriva dunque il tradizionale ballu di la vaccarejia di paglia, tutt’ora eseguito in occasione della festa. Ottime interpreti di questa tradizione erano le sorelle Catrina, Zarafina e Rosa Valente, note come “li baruni”. Nell’occasione veniva intonati alcuni canti di grande valenza storico-religiosa locale di cui riportiamo, qui di seguito, alcuni frammenti: Vespri sonandu ed Angeli cantandu, Madonna mia, di l’Assunta, cu vui m’arraccumandu; jiu non mi muovu di ‘ccà si la grazia non mi fà; facitimila Madonna mia, facitimila pì carità, ca Vui siti Virgini Spusa di la Santissima Trinità. Alla luce di tutto ciò, si comprende bene quindi perché Nicola Tassone di lu cani, certamente indirizzato dallo zio – l’arciprete di Spadola, don Vitantonio Papa - si recò proprio a Bisignano, nella prestigiosa liuteria De Bonis, per acquistare una chitarra battente bombata considerata - assieme alla Tarantella - “sacra” e la cui particolare forma richiama alla mente, per le ragioni sopra esposte, lo stato gestazionale della donna, simboleggiante la fertilità spirituale e fisica. Tutto ciò giustifica l’esistenza di due tipi di chitarra battente: la bombata e la piana, la sacra e la profana. E’ chiaro dunque anche il perché il De Bonis mi costruì due chitarre, con materiali e fatture diversi - una pregiata in noce per i rituali sacri o importanti (cd. chitarra catartica), l’altra, invece, in abete per le occasioni comuni e per gli stornelli profani – di cui ignoravo la differenza tant’è che all’inizio gli chiesi, ingenuamente, una sola chitarra. Nicola Tassone di lu cani invece, da buon seguace e conoscitore della vera tradizione spadolese greco-romana, acquistò solo la chitarra battente bombata, quella sacra, costruita secondo la maestria De Bonis. E cosi Nicola Tassone di lu cani - lu strinaru di Spadola per antonomasia - ogni anno, nella notte di Capodanno, con la sua chitarra etnica battenti bombata, dalle corde d’argento o argentate, accompagnato dagli amici più fedeli, portava la sua “strina” – cioè i balli e canti - per le vie dei paesi circonvicini e in particolare ai suoi amici di Brognaturo che lo aspettavano sul ponte di legno, posto sopra il fiume Ancinale che, da secoli, segna il confine territoriale tra le due comunità. continua da pag. 3 Il liutaio Vincenzo De Bonis continua a pag. 5 5 Anche questa usanza trova le sue origini nella cultura latina. Il termine Gennaio infatti deriva una radice antichissima, “Gi”, che esprime l’idea di inizio assoluto. A Roma, per esempio, il Dio Giano era il Dio di ogni inizio, mentre Giove era il padre di tutti gli altri dei. Ragion per cui, l’inizio dell’anno - primo gennaio - coincideva proprio con la festa del Dio Giano e della Dea Strenna, dea dell’abbondanza e del buon augurio. Non è un caso se a Spadola, ancora oggi, vi è l’usanza di fare nel giorno di Capodanno la distrina ai bambini, i quali con questo gesto ricevono dei soldi in un vurzju, in segno di augurio per un futuro prosperoso e di ricchezza. Secondo testimonianze dai noi registrate, le serenate degli strinari cominciavano dalla casa del signor Garcea Giuseppe detto Peppinu di Cucciuni – anch’egli “vuoaru” - e terminava, alla casa di Raffaele di Totò, quando suonava la campana che annunciava la processione del bambinello Gesù per le vie del paese, quasi a voler significare che la fertilità materiale si elevava a fertilità spirituale. Un ultimo aneddoto: man mano che la comitiva dello Strinaru girava per le vie del paese, la stessa aumentava sempre di più in quanto ad essa si univa, di volta in volta, anche il proprietario dell’abitazione che aveva appena ricevuto la strina, il sacco dei doni invece – frutto della distrina – diventava sempre più pesante, mentre il tutto veniva accompagnato da un canto intonato da “la Tazzonna”, un’anziana fedele di Brognaturo, che recitava: Alla chiesi di l’Annunziata, bella cosa chi ci stà; c’esta l’Angilu, ‘ndinocchunu, chi saluta la Virginità e dall’Ariu fu mandatu dalla Santissima Trinità. La Strina di Capudannu (Canto tipico spadolese in occasione del Capodanno) Finiu dicembri e mo trasiu jnnaru; lu iuarnu e curtu e viatu si fa scuru; E vena mu vi canta lu strinaru a Spatula, Zimbariu e Brignaturu. E vena rughi rughi e ‘ntra la via pi ‘llu bon’annu e la befania. Vinni a cantari a palazzu reali, di la Spagna portai li sonaturi; Porti e finiestri vitti alluminari e mi para ca caffora ‘nc’è lu suli. C’è la regina e c’è lu generali, paranu la Madonna e lu Signuri; Nci sta lu Patri etiernu naturali e di l’amici ‘nc’è lu mieggiu fiuri. Vinni pimmu vi puartu tantu beni quantu ndi vacia a Napoli e ‘ndi veni; Pi agurari a vui tanti bon’anni quantu a li sipali ‘ndàmpranu li panni. Salutu porti, finestra e li barcuni, alla matrona e allu sue patruni. * * * Canto tipico di Monte Poro Fatti li cazzi tua crapa di crita e di li fatti mie non ti impicciari ca si m’asssuma la faccia ti pistu e la crianza ti fazzu ‘mparari. Cuamu nu lepru mi farìa nu jazzu mu tiegnu l’occhia apierti e mu mi ‘mbizzu La genti cuomu a ttia lampàsciu a mazzu E pue li ‘mpurnu e vaiu mu l’attizzu. Apru la porta senza catinazzu ca si non ai crianza jio ti la ‘mbizzu. Ringrazio per la collaborazione il dott. Enzo Giuliano ed il maestro Francesco Cavallaro continua da pag. 5 E’ in corso di stampa la raccolta rilegata di tutti i numeri de La Barcunata pubblicati nei primi dieci anni di vita del Periodico (1995-2005). Gli interessati possono prenotarla presso l’edicola di Concettina Ceravolo, l’ex Salone 900 o la redazione.
mercoledì 15 aprile 2015
a' pizza e a'pizza made in sud
http://video.repubblica.it/edizione/napoli/pizza-a-portafoglio-la-risposta-napoletana-allo-spot-mcdonald-s/197687/196716
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giovedì 26 marzo 2015
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89822 Spadola VV, Italia
martedì 29 gennaio 2013
martedì 19 giugno 2012
Il Giubileo straordinario della Misericordia
(l’8 dicembre 2015- 20 novembre 2016).
http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/papa-francesco-ecco-perch%C3%A9-ho-indetto-il-giubileo-della-misericordia-33797#.VqZFfvnhDcs

Martedì della XI settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Primo libro dei Re 21,17-29.
Allora il Signore disse a Elia il Tisbita:
"Su, recati da Acab, re di Israele, che abita in Samaria; ecco è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderla in possesso.
Gli riferirai: Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue".
Acab disse a Elia: "Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico!". Quegli soggiunse: "Sì, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore.
Ecco ti farò piombare addosso una sciagura; ti spazzerò via. Sterminerò, nella casa di Acab, ogni maschio, schiavo o libero in Israele.
Renderò la tua casa come la casa di Geroboamo, figlio di Nebàt, e come la casa di Baasa, figlio di Achia, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele.
Riguardo poi a Gezabele il Signore dice: I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreèl.
Quanti della famiglia di Acab moriranno in città li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna li divoreranno gli uccelli dell'aria".
In realtà nessuno si è mai venduto a fare il male agli occhi del Signore come Acab, istigato dalla propria moglie Gezabele.
Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrèi, che il Signore aveva distrutto davanti ai figli d'Israele.
Quando sentì tali parole, Acab si strappò le vesti, indossò un sacco sulla carne e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa.
Il Signore disse a Elia, il Tisbita:
"Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò piombare la sciagura durante la sua vita, ma la farò scendere sulla sua casa durante la vita del figlio".
Salmi 51(50),3-4.5-6a.11.16.
Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe.
Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza,
la mia lingua esalterà la tua giustizia.
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 5,43-48.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
(l’8 dicembre 2015- 20 novembre 2016).
http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/papa-francesco-ecco-perch%C3%A9-ho-indetto-il-giubileo-della-misericordia-33797#.VqZFfvnhDcs
Martedì della XI settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Primo libro dei Re 21,17-29.
Allora il Signore disse a Elia il Tisbita:
"Su, recati da Acab, re di Israele, che abita in Samaria; ecco è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderla in possesso.
Gli riferirai: Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue".
Acab disse a Elia: "Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico!". Quegli soggiunse: "Sì, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore.
Ecco ti farò piombare addosso una sciagura; ti spazzerò via. Sterminerò, nella casa di Acab, ogni maschio, schiavo o libero in Israele.
Renderò la tua casa come la casa di Geroboamo, figlio di Nebàt, e come la casa di Baasa, figlio di Achia, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele.
Riguardo poi a Gezabele il Signore dice: I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreèl.
Quanti della famiglia di Acab moriranno in città li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna li divoreranno gli uccelli dell'aria".
In realtà nessuno si è mai venduto a fare il male agli occhi del Signore come Acab, istigato dalla propria moglie Gezabele.
Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrèi, che il Signore aveva distrutto davanti ai figli d'Israele.
Quando sentì tali parole, Acab si strappò le vesti, indossò un sacco sulla carne e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa.
Il Signore disse a Elia, il Tisbita:
"Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò piombare la sciagura durante la sua vita, ma la farò scendere sulla sua casa durante la vita del figlio".
Salmi 51(50),3-4.5-6a.11.16.
Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe.
Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza,
la mia lingua esalterà la tua giustizia.
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 5,43-48.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
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Roma, Italia
giovedì 1 marzo 2012
mercoledì 29 febbraio 2012
sabato 25 febbraio 2012
mercoledì 22 febbraio 2012
Viviamo Insieme Il Mercoledi Delle Ceneri..
Con l'espressione Mercoledì delle Ceneri (o Giorno delle Ceneri o, più semplicemente, Le Ceneri), si intende il mercoledi precedente la prima domenica di Quaresima che, nelle chiese cattoliche di rito romano e in alcune comunità riformate, coincide con l'inizio stesso della Quaresima, ossia il primo giorno del periodo liturgico "forte" a carattere battesimale e penitenziale in preparazione della Pasqua cristiana. In tale giornata, pertanto, tutti i cattolici dei vari riti latini sono tenuti a far penitenza e ad osservare il digiuno e l'astinenza dalle carni. Proprio in riferimento a queste disposizioni ecclesiastiche sono invalse alcune locuzioni fraseologiche come carnevale (dal latino carnem levare, cioè "eliminare la carne") o martedì grasso (l'ultimo giorno di carnevale, appunto, in cui si può mangiare "di grasso").
La parola "ceneri" richiama invece in modo specifico la funzione liturgica che caratterizza il primo giorno di Quaresima, durante la quale il celebrante sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte dei fedeli per ricordare loro la caducità della vita terrena e per spronarli all'impegno penitenziale della Quaresima. Per questo il rito dell'imposizione delle ceneri prevede anche la pronuncia di una formula di ammonimento, scelta fra due possibilità: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» oppure «Convertiti e credi al Vangelo».
La parola "ceneri" richiama invece in modo specifico la funzione liturgica che caratterizza il primo giorno di Quaresima, durante la quale il celebrante sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte dei fedeli per ricordare loro la caducità della vita terrena e per spronarli all'impegno penitenziale della Quaresima. Per questo il rito dell'imposizione delle ceneri prevede anche la pronuncia di una formula di ammonimento, scelta fra due possibilità: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» oppure «Convertiti e credi al Vangelo».
lunedì 20 febbraio 2012
La Festa Di Carnevale
Il Carnevale è una festa che si celebra nei paesi di tradizione cattolica. I festeggiamenti si svolgono spesso in pubbliche parate in cui dominano elementi giocosi e fantasiosi; in particolare, l'elemento distintivo e caratterizzante del carnevale è l'uso del mascheramento.
Benché presente nella tradizione cattolica, i caratteri della celebrazione del Carnevale hanno origini in festività ben più antiche, come per esempio le dionisiache greche (le antesterie) o i saturnali romani. Durante le feste dionisiache e i saturnali si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie per lasciar posto al rovesciamento dell'ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza. Da un punto di vista storico e religioso il carnevale rappresentò, dunque, un periodo di festa ma soprattutto di rinnovamento simbolico, durante il quale il caos sostituiva l'ordine costituito, che però una volta esaurito il periodo festivo, riemergeva nuovo o rinnovato e garantito per un ciclo valido fino all'inizio del carnevale seguente. Il ciclo preso in considerazione, è in pratica, quello dell'anno solare.
Il carnevale si inquadra quindi in un ciclico dinamismo di significato mitico: è la circolazione degli spiriti tra cielo, terra e inferi. Il Carnevale riconduce a una dimensione metafisica che riguarda l’uomo e il suo destino. In primavera, quando la terra comincia a manifestare la propria energia, il Carnevale segna un passaggio aperto tra gli inferi e la terra abitata dai vivi (anche Arlecchino ha una chiara origine infera). Le anime, per non diventare pericolose, devono essere onorate e per questo si prestano loro dei corpi provvisori: essi sono le maschere che hanno quindi spesso un significato apotropaico, in quanto chi le indossa assume le caratteristiche dell'essere " soprannaturale " rappresentato. Queste forze soprannaturali creano un nuovo regno della fecondità della Terra e giungono a fraternizzare allegramente tra i viventi. “Le maschere che incarnano gli antenati, le anime dei morti che visitano cerimonialmente i vivi (Giappone, mondo germanico, ecc.), sono anche il segno che le frontiere sono state annientate e sostituite in seguito alla confusione di tutte le modalità. In questo intervallo paradossale fra due tempi (= fra due Cosmi), diventa possibile la comunicazione tra vivi e morti, cioè fra forme realizzate e il preformale, il larvale.” Alla fine il tempo e l'ordine del cosmo, sconvolti nella tradizione carnevalesca, vengono ricostituiti (nuova Creazione) con un rituale comprendente la lettura di un "testamento" e il "funerale" del carnevale il quale spesso comporta il bruciamento del "Re carnevale" rappresentato da un fantoccio (altre volte l'immagine - simbolo del carnevale è annegata o decapitata). Tale cerimonia avviene in molte località italiane, europee ed extraeuropee (sulla morte rituale del carnevale si veda anche Il Ramo d'Oro di James George Frazer). “La ripetizione simbolica della cosmogonia, che segue all’annientamento simbolico del mondo vecchio, rigenera il tempo nella sua totalità”.
La parola carnevale deriva dal latino "carnem levare" ("eliminare la carne") poiché anticamente indicava il banchetto che si teneva l'ultimo giorno di carnevale (martedì grasso), subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima. Le prime testimonianze dell'uso del vocabolo "carnevale" (detto anche "carnevalo") vengono dai testi del giullare Matazone da Calignano alla fine del XIII secolo e del novelliere Giovanni Sercambi verso il 1400.
Benché presente nella tradizione cattolica, i caratteri della celebrazione del Carnevale hanno origini in festività ben più antiche, come per esempio le dionisiache greche (le antesterie) o i saturnali romani. Durante le feste dionisiache e i saturnali si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie per lasciar posto al rovesciamento dell'ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza. Da un punto di vista storico e religioso il carnevale rappresentò, dunque, un periodo di festa ma soprattutto di rinnovamento simbolico, durante il quale il caos sostituiva l'ordine costituito, che però una volta esaurito il periodo festivo, riemergeva nuovo o rinnovato e garantito per un ciclo valido fino all'inizio del carnevale seguente. Il ciclo preso in considerazione, è in pratica, quello dell'anno solare.
Il carnevale si inquadra quindi in un ciclico dinamismo di significato mitico: è la circolazione degli spiriti tra cielo, terra e inferi. Il Carnevale riconduce a una dimensione metafisica che riguarda l’uomo e il suo destino. In primavera, quando la terra comincia a manifestare la propria energia, il Carnevale segna un passaggio aperto tra gli inferi e la terra abitata dai vivi (anche Arlecchino ha una chiara origine infera). Le anime, per non diventare pericolose, devono essere onorate e per questo si prestano loro dei corpi provvisori: essi sono le maschere che hanno quindi spesso un significato apotropaico, in quanto chi le indossa assume le caratteristiche dell'essere " soprannaturale " rappresentato. Queste forze soprannaturali creano un nuovo regno della fecondità della Terra e giungono a fraternizzare allegramente tra i viventi. “Le maschere che incarnano gli antenati, le anime dei morti che visitano cerimonialmente i vivi (Giappone, mondo germanico, ecc.), sono anche il segno che le frontiere sono state annientate e sostituite in seguito alla confusione di tutte le modalità. In questo intervallo paradossale fra due tempi (= fra due Cosmi), diventa possibile la comunicazione tra vivi e morti, cioè fra forme realizzate e il preformale, il larvale.” Alla fine il tempo e l'ordine del cosmo, sconvolti nella tradizione carnevalesca, vengono ricostituiti (nuova Creazione) con un rituale comprendente la lettura di un "testamento" e il "funerale" del carnevale il quale spesso comporta il bruciamento del "Re carnevale" rappresentato da un fantoccio (altre volte l'immagine - simbolo del carnevale è annegata o decapitata). Tale cerimonia avviene in molte località italiane, europee ed extraeuropee (sulla morte rituale del carnevale si veda anche Il Ramo d'Oro di James George Frazer). “La ripetizione simbolica della cosmogonia, che segue all’annientamento simbolico del mondo vecchio, rigenera il tempo nella sua totalità”.
La parola carnevale deriva dal latino "carnem levare" ("eliminare la carne") poiché anticamente indicava il banchetto che si teneva l'ultimo giorno di carnevale (martedì grasso), subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima. Le prime testimonianze dell'uso del vocabolo "carnevale" (detto anche "carnevalo") vengono dai testi del giullare Matazone da Calignano alla fine del XIII secolo e del novelliere Giovanni Sercambi verso il 1400.
- Carnevali italiani:
Il Carnevale di Venezia, il Carnevale di Viareggio, lo Storico Carnevale di Ivrea e in Sicilia il il Carnevale di Acireale e il Carnevale di Sciacca sono considerati tra i più importanti al mondo. La loro fama, difatti, travalica i confini nazionali e sono in grado di attrarre turisti sia dall'Italia che dall'estero. Il Carnevale più lungo d'Italia è però quello di Putignano.
Uno dei carnevali più antichi d'Italia arrivato ai giorni nostri è il Carnevale di Verona, risalente al tardo medioevo e il cui nome originale è Bacanàl del Gnoco.
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