"Spatula Regia Minerva"

SpadolaVicinieLontani è nato! Qui ci ritroveremo con parenti e amici che risiedono nel nostro amato Paesino ma anche con tutti gli emigranti che ci seguiranno da lontano.
Discorsi, news, foto e video, trasformiamo questo blog in una piazza virtuale all'insegna dell'amicizia.
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giovedì 7 maggio 2015

FILM- DOCUMENTARIO SULLA VITA DI SAN BRUNO
(Gennaio 2016)
http://www.ilvizzarro.it/component/k2/5591-saint-bruno-pere-des-chartreux-in-uscita-il-film-documentario-sulla-vita-di-san-bruno.html


Saint Bruno, Père des Chartreux: in uscita il film-documentario sulla vita di San Bruno





SPADOLA NELLE TRADIZIONI
(settembre 2015)
La Strina delle Serre al suono della chitarra etnica battenti, bombata. di Domenicantonio Bruno Tassone Spadola, una comunità di antichissime origini – così come testimoniano gli scrittori di storia patria ed il titolo della sua parrocchia Sancta Maria Super Minervam (Santa Maria Sopra Minerva ) - e dalle antiche tradizioni religiose e socioculturali, nonché dalla linguistica e toponomastica con radici storiche profonde. Il nostro paese - secondo i patrii scrittori del regno di Napoli, come il grande Sacerdote Bruno Maria Tedeschi - esisteva fin dal tempo dei romani ed era situato sulla strada imperiale romana transappenninica Vibona-Scilacio-Annibali, a XXV miglia da Vibona (attuale Vibo Valentia) e a XXX miglia da Scilacio (attuale Squillace). Secondo l’autorevole giudizio del Prof. Baldacci – del Consiglio Nazionale delle Ricerche (C.N.R.) dell’Università La Sapienza di Roma - i motivi per cui i romani costruirono la strada anzidetta, erano diversi, come per esempio: 1) per un migliore sfruttamento delle risorse boschive per la costruzioni delle navi; 2) per un maggiore sfruttamento dei giacimenti di ferro e degli altri minerali come: galena, argento e oro che dai monti di Stilida (Stilo) - attuali giacimenti di Pazzano - e dai monti del medio Ancinale, venivano portati a dorso di mulo (via del ferro) nella zona di Spadola , dove poi veniva raccolto anche il carbone di faggio necessario per raggiungere le alte temperature nei forni di fusione, per la lavorazione dei suddetti minerali, (antichissima Ferriera di Spadola). 3) per facilitare lo sfruttamento dei giacimenti di granito, specie in località Volta del Margio di Spadola e Pietra del Caricatore, attuale Serra San Bruno, con cui furono fatte e scolpite le prime sette colonne del tempio Pantheon di Roma. Partendo dal presupposto socio-economico secondo cui le infrastrutture stradali portano influenze sociali, progresso e sviluppo, è evidente dunque, anche alla luce di quanto abbiamo appena detto, l’effetto esercitato dalla cultura romana sulla civiltà spadolese e delle serre. Tra gli influssi antropologici e religiosi degni di rilievo in questa sede, vi è quello esercitato dal culto della Dea Strenia. Nella antica Roma, la Strenia era la Dea dei doni, dell’abbondanza e del buon augurio il cui culto – grazie alla notevole influenza romana subìta - continua ancora oggi a sopravvivere - sia pur per finalità puramente folkloristiche - nei paesi e nelle città di tradizione classica, greco-latina o romana, di cui Spadola era ed è uno dei più antichi scrigni. Infatti, è proprio dall’adorazione della Dea Strenia che nelle zone ad influenza classica si formò la figura dello Strinaro impersonato da coloro che - in ossequio all’antico culto - esprimevano la loro fede attraverso particolari canti e balli. A Spadola, proprio nel cuore della zona delle Serre Calabre, nacque e visse uno dei più grandi Strinari della alta e media valle dell’Ancinale, Nicola Tassone (1907-1964). Così come nell’antica Roma vi è era Marco Porcio Catone, il cui nomignolo Porcio ne indicava il senso dell’abbondanza, anche a Spadola ogni famiglia possedeva, a quel tempo, un soprannome che richiamava preferibilmente un nome di un animale. Sulla base di questo principio storico dunque, Nicola Tassone veniva detto di “lu Cani” per indicare il totem di famiglia: la stirpe dalla quale discendeva ed il cui soprannome era indice di fedeltà. Nicola Tassone di “lu cani” – le cui origini derivano da una nobilissima famiglia di notai, medici, grandi monaci, chierici, alti prelati e sacerdoti (come don Vitantonio Papa, detto il latinista della Diocesi) - ereditò bene il culto dell’ abbondanza, dell’amicizia, del rispetto e, in modo particolare, l’amore per il ballo della Tarantella paesana, soprattutto per quella eseguita al suono della chitarra etnica, nota dalle nostre parti come chitarra“battenti pi canzuni ad aria”, in ossequio all’antica tradizione spadolese legata alla Dea Strenia. Nicola Tassone di lu Cani fu uno dei migliori interpreti del ballo della Tarantella calabrese accompagnata a suon di chitarra etnica battenti e bombata, a pari merito con i “campioni” della vicina Chiaravalle Centrale. Per sottolineare la sua bravura nel suono, nel canto e nel ballo della cultura popolare, alcuni paesani chiedevano a sua madre ironicamente ma con il dovuto rispetto: «Ma pi casu stu figghjio lu facisti cu cuorchi chiaravajuotu?». Ma Nicola Tassone di lu cani, non era il solo componente della famiglia a coltivare questa passione per il ballo della Tarantella, il canto e la musica etnica. Anche i fratelli Vitantonio, Bruno, Alberto e tutti i suoi nipoti furono ottimi interpreti di continua a pag. 3 Nicola Tassone Pubblichiamo con grande piacere il pregevole lavoro che il Dott. Tassone di Spadola ha voluto offrire ai nostri lettori. Le sue ricerche storico antropologiche scaturiscono da una passione e da una competenza non comune, segno del grande attaccamento alla sua terra ed alle sue genti. 3 questa tradizione popolare. Nei tempi passati, in paese, altri bravissimi ballerini erano: Bruno Squillacioti, detto Bruno di Rubino e Bruno Zaffino di la Ninna (grande suonatore di zampogna; quest’ultimo è uno strumento etnico tipico di Spadola che veniva costruito da secoli con l’antico tornio, con radica di Erica e Otre di capra). Nicola Tassone di lu Cani suonava una chitarra battenti, etnica e – per di più – “bombata” come una grande mandola, la quale era costruita con materiali pregiatissimi e con maestria insuperabile. Tuttavia si trattava di uno strumento musicale – di nobili radici - che non era originario della zona delle serre - dove peraltro si costruivano ottime chitarre battenti comuni, con fondo piatto - ma era costruito dai più grandi liutai della Calabria e, senza presumere, tra i più importanti della penisola italiana la cui famiglia ed i cui antenati vengono citati persino nel dizionario universale della liuteria, pubblicato a Bruxelles nel 1951. Era, infatti, una chitarra della famosa Liuteria della famiglia De Bonis, originaria di Bisignano (Cs) antichissima sede vescovile della Provincia di Cosenza. I liutai della famiglia De Bonis (meglio noti come fratelli De Bonis) costruivano ogni tipo di strumento a corda: dal violino alla mandola e dai mandolini alla chitarra classica ed etnica. Ognuno dei fratelli De Bonis era specialista nella costruzione di un tipo di strumento, pur essendo capace di costruire tutti gli altri strumenti di famiglia. Un particolare, degno di nota, è che la chitarra dello strinaru spadolese Nicola Tassone di lu cani - secondo alcune accreditate testimonianze popolari – montava corde di argento o quanto meno argentate e, certamente, capaci di emettere un suono squillante, puro in frequenza e con un timbro tonale che era proverbiale. A tal proposito sarebbe opportuno riportare un’antica leggenda, che si tramanda tra gli spadolesi, secondo la quale quando lu strinaru suonava la chitarra battenti nel cuore della notte, suscitava una tale emozione spirituale al punto da rappresentare un sorta di pericolo per le donne e per gli animali in stato gestazionale. Alcuni addirittura asserivano che - a causa delle acute frequenze emesse dalle corde argentate - poteva provocare l’aborto. Ed è proprio per queste ragioni – sempre secondo la vox populi – che le corde di argento caddero in disuso! Sulla fondatezza della leggenda non ci esprimiamo, ma che le corde d’argento esistessero veramente è testimoniato dallo stesso Maestro liutaio Nicola De Bonis il quale, un giorno, alla presenza della signora Nicoletta Oscar e dei signori Francesco Cavallaro, Giovanni Borelli, Bruno Tassone e Domenico Caruso, cantò una canzone nella quale veniva menzionata, appunto, la tipologia di queste corde: Catarra mia chi hai cordi d’argientu, ti priegu accumpagna lu mieu cantu mu affacia lu mieu Amuri nu momiemtu e d’uoru pue ti fazzu tuttu quantu. Negli anni ‘70, inoltre, la felice memoria di mio padre, Bruno Tassone, mi disse: «Ti consiglio vivamente di recarti a Bisignano per comprare una chitarra battente come quella di tuo zio Nicola e di mio fratello, di modo che non si perda la tradizione!». Più precisamente mi disse con tono marcato: «…nommu si perdanu li furmi!». Con questa espressione dialettale egli si riferiva alla forma particolare della chitarra etnica battente e bombata, tipicamente calabrese che trae le sue origini dalla forma bombata e curvilinea della Lira dei popoli della antica Magna Grecia, Locri, Crotone e Sibari. Il popolo dell’attuale Calabria (antica Brettia ed antichissima Italia) infatti, si alzava al mattino e intonava un canto al suono della Lira, strumento popolare semplicissimo, molto diffuso in tutte le colonie greche dell’Italia meridionale. Recandomi a Bisignano, vi trovai Vincenzo De Bonis (oggi vivente ed insuperabile liutaio dell’Italia intera) che mi indirizzò da suo fratello Nicola e mi raccomandò con quest’ultimo – più esperto nell’arte - perché mi costruisse il tipo di chitarra desiderato. Fu così che Nicola mi costruì, allora, due chitarre sul modello richiesto: una più ordinaria e per le feste comuni e l’altra di legname particolarmente pregiato perché me la tenessi da conto, essendo, quest’ultima, una chitarra da collezione e per concerti particolari di musica etnica. Alla domanda se questo secondo tipo di chitarra fosse di origine calabrese, lui mi rispose: «Di certo è che nella liuteria della nostra famiglia viene costruita da secoli. Secondo le testimonianze - pervenuteci da generazione in generazione - non può essere escluso che la radice prima di questa chitarra debba rinvenirsi proprio nella forma bombata della lira crotoniate, che nel grande matematico e musicista Pitagora di Crotone - e nella sua scuola Italica - ebbe il suo massimo cultore». Pitagora, nel movimento dei pianeti e degli astri, percepiva l’armonia dell’Universo che cercava di imitare e riprodurre proprio con le corde della lira e della cetra. E’ noto, infatti, dalle testimonianze delle letterature antiche, che il popolo Italico - corrispondente all’attuale popolo calabrese - cantava e ballava al suono della lira. E’ noto altresì che la Tarantella calabrese - ben diversa dalla Quadriglia napoletana e dal Salterello romano - deriva direttamente dal ballo greco in onore del dio Dionisio, dio dell’allegria e della feconcontinua a pag. 4 continua da pag. 2 Chitarra bombata 4 dità mediterranea che aveva la sua massima espressione nelle danze, nei ritmi e nelle musiche delle feste falliche. La nostra Tarantella quindi ha un significato prettamente religioso e purificatore; è una sorta di inno alla vita, alla sacralità dell’amore intesa come dono di Dio per la procreazione del genere umano. Ancora oggi - durante le vigilie delle feste dei Santi protettori dei nostri paesi - si balla la Tarantella al suono della chitarra battente, della zampogna e del piffero. La ragione storica di questa usanza va ricercata dunque nel significato vero sia della Tarantella che della chitarra battente bombata che venivano considerati, dal mondo antico, mezzi sacri per ottenere la fecondità spirituale ovvero la salute dell’anima e del corpo. Sull’importanza spirituale della chitarra battenti bombata per la cultura popolare del tempo, c’è ancora da aggiungere che a Spadola, mentre “li pecurari” utilizzavano quale strumento tipico la zampogna ed il piffero di radica di erica, i “vuoari”, noti anche come “massari” proprietari terrieri, possedevano la chitarra etnica battente. Tutto ciò non è un caso: secondo l’antica mitologia infatti, il toro – e quindi anche il bue e la vacca che venivano amorevolmente e religiosamente allevati dai “vuoari” - è simbolo della fertilità mediterranea nonché simbolo etnico della nostra stirpe italica. Persino la mucca che sta accanto a San Luca Evangelista è nota come espressione della fertilità spirituale. Non ci può essere fertilità senza gestazione materiale e spirituale, così come un tempo non ci poteva essere “vuoaru” senza “vuoi” e senza chitarra “battenti bombata”. Tra la donna incinta (e/o l’animale in stato gestazionale) e la chitarra bombata vi è infatti una sorta di relazione metaforica: l’aumento di volume del seno della donna nel periodo gestazionale e la forma rotondeggiante del ventre materno si traducono, nel folklore, proprio nella forma bombata della chitarra etnica, tipicamente impiegata o utilizzata nei canti e nei balli propizianti della gente desiderosa della fertilità spirituale e materiale, ed in particolar modo dai “vuoari” come auspicio per il futuro gestazionale e la salute degli animali da loro allevati, ritenuti un vero e proprio capitale economico, da cui dipendeva la sorte personale e della propria famiglia. L’assioma “vuoi - vuoaru – chitarra battenti bombata”, quindi, non è una pura casualità ma presenta valenze e fondamenta religiose, spirituali, filosofiche e folkloristiche ben precise. Tra i paesi legati all’antichissima tradizione del ballo della Tarantella a suon di chitarra battenti ricordiamo: la festa di San Cosimo e Damiano a Riace, quella di San Paolo di Galatina in Puglia, quella di San Rocco a Gioiosa Ionica e di Grotteria e – nelle nostre zone - anche Serra San Bruno nel corso della vigilia della festa della Madonna dell’Assunta e in quella di San Bruno nella festa di Pentecoste, nonchè a Spadola in occasione dei festeggiamenti del Santo Patrono San Nicola di Bari. Qui, in particolare, vi era il costume di ballare la tarantella innanzi alla statua del Patrono degli spadolesi e di portare in processione anche una mucca, da cui deriva dunque il tradizionale ballu di la vaccarejia di paglia, tutt’ora eseguito in occasione della festa. Ottime interpreti di questa tradizione erano le sorelle Catrina, Zarafina e Rosa Valente, note come “li baruni”. Nell’occasione veniva intonati alcuni canti di grande valenza storico-religiosa locale di cui riportiamo, qui di seguito, alcuni frammenti: Vespri sonandu ed Angeli cantandu, Madonna mia, di l’Assunta, cu vui m’arraccumandu; jiu non mi muovu di ‘ccà si la grazia non mi fà; facitimila Madonna mia, facitimila pì carità, ca Vui siti Virgini Spusa di la Santissima Trinità. Alla luce di tutto ciò, si comprende bene quindi perché Nicola Tassone di lu cani, certamente indirizzato dallo zio – l’arciprete di Spadola, don Vitantonio Papa - si recò proprio a Bisignano, nella prestigiosa liuteria De Bonis, per acquistare una chitarra battente bombata considerata - assieme alla Tarantella - “sacra” e la cui particolare forma richiama alla mente, per le ragioni sopra esposte, lo stato gestazionale della donna, simboleggiante la fertilità spirituale e fisica. Tutto ciò giustifica l’esistenza di due tipi di chitarra battente: la bombata e la piana, la sacra e la profana. E’ chiaro dunque anche il perché il De Bonis mi costruì due chitarre, con materiali e fatture diversi - una pregiata in noce per i rituali sacri o importanti (cd. chitarra catartica), l’altra, invece, in abete per le occasioni comuni e per gli stornelli profani – di cui ignoravo la differenza tant’è che all’inizio gli chiesi, ingenuamente, una sola chitarra. Nicola Tassone di lu cani invece, da buon seguace e conoscitore della vera tradizione spadolese greco-romana, acquistò solo la chitarra battente bombata, quella sacra, costruita secondo la maestria De Bonis. E cosi Nicola Tassone di lu cani - lu strinaru di Spadola per antonomasia - ogni anno, nella notte di Capodanno, con la sua chitarra etnica battenti bombata, dalle corde d’argento o argentate, accompagnato dagli amici più fedeli, portava la sua “strina” – cioè i balli e canti - per le vie dei paesi circonvicini e in particolare ai suoi amici di Brognaturo che lo aspettavano sul ponte di legno, posto sopra il fiume Ancinale che, da secoli, segna il confine territoriale tra le due comunità. continua da pag. 3 Il liutaio Vincenzo De Bonis continua a pag. 5 5 Anche questa usanza trova le sue origini nella cultura latina. Il termine Gennaio infatti deriva una radice antichissima, “Gi”, che esprime l’idea di inizio assoluto. A Roma, per esempio, il Dio Giano era il Dio di ogni inizio, mentre Giove era il padre di tutti gli altri dei. Ragion per cui, l’inizio dell’anno - primo gennaio - coincideva proprio con la festa del Dio Giano e della Dea Strenna, dea dell’abbondanza e del buon augurio. Non è un caso se a Spadola, ancora oggi, vi è l’usanza di fare nel giorno di Capodanno la distrina ai bambini, i quali con questo gesto ricevono dei soldi in un vurzju, in segno di augurio per un futuro prosperoso e di ricchezza. Secondo testimonianze dai noi registrate, le serenate degli strinari cominciavano dalla casa del signor Garcea Giuseppe detto Peppinu di Cucciuni – anch’egli “vuoaru” - e terminava, alla casa di Raffaele di Totò, quando suonava la campana che annunciava la processione del bambinello Gesù per le vie del paese, quasi a voler significare che la fertilità materiale si elevava a fertilità spirituale. Un ultimo aneddoto: man mano che la comitiva dello Strinaru girava per le vie del paese, la stessa aumentava sempre di più in quanto ad essa si univa, di volta in volta, anche il proprietario dell’abitazione che aveva appena ricevuto la strina, il sacco dei doni invece – frutto della distrina – diventava sempre più pesante, mentre il tutto veniva accompagnato da un canto intonato da “la Tazzonna”, un’anziana fedele di Brognaturo, che recitava: Alla chiesi di l’Annunziata, bella cosa chi ci stà; c’esta l’Angilu, ‘ndinocchunu, chi saluta la Virginità e dall’Ariu fu mandatu dalla Santissima Trinità. La Strina di Capudannu (Canto tipico spadolese in occasione del Capodanno) Finiu dicembri e mo trasiu jnnaru; lu iuarnu e curtu e viatu si fa scuru; E vena mu vi canta lu strinaru a Spatula, Zimbariu e Brignaturu. E vena rughi rughi e ‘ntra la via pi ‘llu bon’annu e la befania. Vinni a cantari a palazzu reali, di la Spagna portai li sonaturi; Porti e finiestri vitti alluminari e mi para ca caffora ‘nc’è lu suli. C’è la regina e c’è lu generali, paranu la Madonna e lu Signuri; Nci sta lu Patri etiernu naturali e di l’amici ‘nc’è lu mieggiu fiuri. Vinni pimmu vi puartu tantu beni quantu ndi vacia a Napoli e ‘ndi veni; Pi agurari a vui tanti bon’anni quantu a li sipali ‘ndàmpranu li panni. Salutu porti, finestra e li barcuni, alla matrona e allu sue patruni. * * * Canto tipico di Monte Poro Fatti li cazzi tua crapa di crita e di li fatti mie non ti impicciari ca si m’asssuma la faccia ti pistu e la crianza ti fazzu ‘mparari. Cuamu nu lepru mi farìa nu jazzu mu tiegnu l’occhia apierti e mu mi ‘mbizzu La genti cuomu a ttia lampàsciu a mazzu E pue li ‘mpurnu e vaiu mu l’attizzu. Apru la porta senza catinazzu ca si non ai crianza jio ti la ‘mbizzu. Ringrazio per la collaborazione il dott. Enzo Giuliano ed il maestro Francesco Cavallaro continua da pag. 5 E’ in corso di stampa la raccolta rilegata di tutti i numeri de La Barcunata pubblicati nei primi dieci anni di vita del Periodico (1995-2005). Gli interessati possono prenotarla presso l’edicola di Concettina Ceravolo, l’ex Salone 900 o la redazione.

martedì 19 giugno 2012

Il Giubileo straordinario della Misericordia
(l’8 dicembre 2015- 20 novembre 2016).

http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/papa-francesco-ecco-perch%C3%A9-ho-indetto-il-giubileo-della-misericordia-33797#.VqZFfvnhDcs
Papa Francesco, ecco perché ho indetto il Giubileo della Misericordia




Martedì della XI settimana delle ferie del Tempo Ordinario

Primo libro dei Re 21,17-29.
Allora il Signore disse a Elia il Tisbita:
"Su, recati da Acab, re di Israele, che abita in Samaria; ecco è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderla in possesso.
Gli riferirai: Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue".
Acab disse a Elia: "Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico!". Quegli soggiunse: "Sì, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore.
Ecco ti farò piombare addosso una sciagura; ti spazzerò via. Sterminerò, nella casa di Acab, ogni maschio, schiavo o libero in Israele.
Renderò la tua casa come la casa di Geroboamo, figlio di Nebàt, e come la casa di Baasa, figlio di Achia, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele.
Riguardo poi a Gezabele il Signore dice: I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreèl.
Quanti della famiglia di Acab moriranno in città li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna li divoreranno gli uccelli dell'aria".
In realtà nessuno si è mai venduto a fare il male agli occhi del Signore come Acab, istigato dalla propria moglie Gezabele.
Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrèi, che il Signore aveva distrutto davanti ai figli d'Israele.
Quando sentì tali parole, Acab si strappò le vesti, indossò un sacco sulla carne e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa.
Il Signore disse a Elia, il Tisbita:
"Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò piombare la sciagura durante la sua vita, ma la farò scendere sulla sua casa durante la vita del figlio".

Salmi 51(50),3-4.5-6a.11.16.
Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.

Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe.

Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza,
la mia lingua esalterà la tua giustizia.


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 5,43-48.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

domenica 22 aprile 2012

Domenica 22 Aprile 2012




III Domenica di Pasqua - Anno B

Atti degli Apostoli 3,13-15.17-19.
Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo;
voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino
e avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni.
Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi;
Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto.
Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati

Salmi 4,2.4.7.9.
Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia:
dalle angosce mi hai liberato;
pietà di me, ascolta la mia preghiera.

Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele:
il Signore mi ascolta quando lo invoco.
Molti dicono: "Chi ci farà vedere il bene?".
Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.

In pace mi corico e subito mi addormento:
tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare.


Prima lettera di san Giovanni apostolo 2,1-5a.
Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto.
Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.
Da questo sappiamo d'averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti.
Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui;
ma chi osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 24,35-48.
Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma.
Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?
Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;
egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».
Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse:
«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno
e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.
Di questo voi siete testimoni.


Meditazione del giorno : Sant'Agostino
«Perché sorgono dubbi nel vostro cuore?»



 

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sabato 21 aprile 2012



Sabato della II settimana di Pasqua

Atti degli Apostoli 6,1-7.
In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana.
Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: "Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense.
Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest'incarico.
Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola".
Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia.
Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme; anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede.

Salmi 33(32),1-2.4-5.18-19.
Esultate, giusti, nel Signore;
ai retti si addice la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l'arpa a dieci corde a lui cantate.

Poiché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama il diritto e la giustizia,
della sua grazia è piena la terra.

Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme,
su chi spera nella sua grazia,
per liberarlo dalla morte
nutrirlo in tempo di fame.



Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 6,16-21.
Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare
e, saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro.
Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.
Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura.
Ma egli disse loro: «Sono io, non temete».
Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.


Meditazione del giorno : Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein]
« Sono io, non temete »

martedì 17 aprile 2012

PREGHIERA ALL'ADDOLORATA

INVIATO DA: Giuseppe Di Gesù

Questa preghiera allontana da voi le persone che vi fanno del male.
Regina dei martiri, che non ti spaventasti davanti ai più atroci dolori e compisti nel tuo Cuore il più eroico dei sacrifici, io ti ammiro e unisco le mie pene alle tue.
Vorrei essere vicino a te come San Giovanni e le pie donne per consolarti della perdita del tuo Gesù.
Riconosco che purtroppo i miei peccati sono stati causa di tanti dolori al Figlio tuo diletto e al medesimo tuo Cuore.
Ti chiedo perdono, o Madre Addolorata; accetta in riparazione l'offerta che io ti faccio di tutto me stesso, e il proposito di volerti sempre amare per l'avvenire.
Metto nelle tue mani tutta la mia vita perchè possa servire a farti conoscere e amare da tante anime che vivono lontane dal tuo Cuore materno. Amen.
Concessa da Christian Thomas Figli

domenica 15 aprile 2012

Domenica 15 Aprile


II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia - Anno B

Atti degli Apostoli 4,32-35.
La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune.
Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia.
Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto
e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.

Salmi 118(117),2-4.16ab-18.22-24.
Dica Israele che egli è buono:
eterna è la sua misericordia.
Lo dica la casa di Aronne:
eterna è la sua misericordia.
Lo dica chi teme Dio:
eterna è la sua misericordia.

la destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto meraviglie.
Non morirò, resterò in vita
e annunzierò le opere del Signore.
Il Signore mi ha provato duramente,
ma non mi ha consegnato alla morte.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta testata d'angolo;
ecco l'opera del Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno fatto dal Signore:
rallegriamoci ed esultiamo in esso.



Prima lettera di san Giovanni apostolo 5,1-6.
Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.
Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti,
perché in questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.
Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede.
E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?
Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 20,19-31.
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».
Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

martedì 3 aprile 2012

Domenica delle Palme "De Passione Domini" - Anno B

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 14,1-72.15,1-47.
Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo.
Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo».
Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l'unguento sul suo capo.
Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: «Perché tutto questo spreco di olio profumato?
Si poteva benissimo vendere quest'olio a più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona;
i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre.
Essa ha fatto ciò ch'era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura.
In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto».
Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù.
Quelli all'udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l'occasione opportuna per consegnarlo.
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo
e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?
Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, gia pronta; là preparate per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.
Venuta la sera, egli giunse con i Dodici.
Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà».
Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l'altro: «Sono forse io?».
Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto.
Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Bene per quell'uomo se non fosse mai nato!».
Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».
Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti.
E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti.
In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio».
E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse.
Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea».
Allora Pietro gli disse: «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò».
Gesù gli disse: «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte».
Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.
Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego».
Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia.
Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate».
Poi, andato un pò innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora.
E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu».
Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un'ora sola?
Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole.
Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli.
Venne la terza volta e disse loro: «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l'ora: ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori.
Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani.
Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta».
Allora gli si accostò dicendo: «Rabbì» e lo baciò.
Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono.
Uno dei presenti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli recise l'orecchio.
Allora Gesù disse loro: «Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi.
Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!».
Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono.
Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono.
Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.
Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.
Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco.
Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano.
Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi.
Ma alcuni si alzarono per testimoniare il falso contro di lui, dicendo:
«Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d'uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d'uomo».
Ma nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde.
Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all'assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».
Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?».
Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni?
Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte.
Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: «Indovina». I servi intanto lo percuotevano.
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote
e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».
Ma egli negò: «Non so e non capisco quello che vuoi dire». Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò.
E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è di quelli».
Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: «Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo».
Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo che voi dite».
Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte». E scoppiò in pianto.
Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato.
Allora Pilato prese a interrogarlo: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici».
I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse.
Pilato lo interrogò di nuovo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!».
Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato.
Per la festa egli era solito rilasciare un carcerato a loro richiesta.
Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio.
La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre egli le concedeva.
Allora Pilato rispose loro: «Volete che vi rilasci il re dei Giudei?».
Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia.
Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba.
Pilato replicò: «Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?».
Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!».
Ma Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Allora essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!».
E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte.
Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo.
Cominciarono poi a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!».
E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui.
Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce.
Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio,
e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere.
Erano le nove del mattino quando lo crocifissero.
E l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei.
Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra.
.
I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni,
salva te stesso scendendo dalla croce!».
Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: «Ha salvato altri, non può salvare se stesso!
Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio.
Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama Elia!».
Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce».
Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso.
Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!».
C'erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di ioses, e Salome,
che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato,
Giuseppe d'Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù.
Pilato si meravigliò che fosse gia morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo.
Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe.
Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro.
Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto.

domenica 26 febbraio 2012

.I Domenica di Quaresima - Anno B

Libro della Genesi 9,8-15.
Dio disse a Noè e ai sui figli con lui:
"Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza coni vostri discendenti dopo di voi;
con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca.
Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra".
Dio disse: "Questo è il segno dell'alleanza, che io pongo tra me e voi e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne.
Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell'alleanza tra me e la terra.
Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l'arco sulle nubi
ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne e noi ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne.

Salmi 25(24),4bc-5ab.6-7bc.8-9.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua verità e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza,
in te ho sempre sperato.

Ricordati, Signore, del tuo amore,
della tua fedeltà che è da sempre;
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Buono e retto è il Signore,
la via giusta addita ai peccatori;
guida gli umili secondo giustizia,
insegna ai poveri le sue vie.


Prima lettera di san Pietro apostolo 3,18-22.
Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.
E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione;
essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua.
Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo,
il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,12-15.
Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto
e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

venerdì 24 febbraio 2012

Cammino Quaresimale 2012.


Venerdì dopo le Ceneri

Libro di Isaia 58,1-9a.
Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce; dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati.
Mi ricercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio:
"Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?". Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai.
Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso.
È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l'uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore?
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?
Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.
Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: "Eccomi!".

Salmi 51(50),3-4.5-6a.18-19.
Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.

Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
poiché non gradisci il sacrificio
e, se offro olocausti, non li accetti.

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,
un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 9,14-15.
Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.

 


Venerdì dopo le Ceneri
Meditazione del giorno
«Allora digiuneranno»
       Pentiti, anima mia; col pensiero unisciti a Cristo; grida gemendo: «Concedimi il perdono dei peccati, affinché riceva da te, che solo sei buono (Mc 10,18), l'assoluzione e la vita eterna»...

        Mosé ed Elia, torri di fuoco, erano grandi nelle loro opere... Sono i primi fra i profeti, parlavano liberamente a Dio, gli si potevano avvicinare per pregarlo e stare con lui faccia a faccia (Es 34,5; 1Re 19,13) – cosa incredibile e impressionante. Eppure, ricorrevano volentieri al digiuno, che li portava a Dio (Es 34,28; 1Re 19,8). Il digiuno, con le opere, dona dunque la vita eterna.

        E' col digiuno che i demoni vengono scacciati, come con una spada, poiché essi non ne sopportano le gioie; amano il gaudente e l'ubriacone. Ma non reggono alla vista del digiuno; scappano lontano, come insegna il nostro Dio, Cristo, quando dice: «E' col digiuno e la preghiera che si scaccia questa specie di demoni» (cfr Mc 9,29). Ecco perché s'insegna che il digiuno dà agli uomini la vita eterna...

        Il digiuno restituisce a chi lo pratica la casa paterna da cui Adamo fu cacciato... E' Dio stesso, l'amico degli uomini (Sap 1,6), che all'inizio aveva affidato al digiuno l'uomo che aveva creato, come ad una madre amorevole, come ad un maestro. Gli aveva proibito di mangiare ad un solo albero (Gen 2,17). E se l'uomo avesse osservato questo digiuno, avrebbe abitato con gli angeli. Ma egli ha rifiutato ed ha trovato la sofferenza e la morte, l'asprezza delle spine e dei rovi, e l'angoscia di una vita soggetta al dolore (Gen 3,17s). Ora, se in Paradiso il digiuno è utile, quanto più lo sarà quaggiù, per procurarci la vita eterna!